Crescita e ricrescita

Non è stato facile riprendere a scrivere questo diario professore. Non ho ancora deciso se a questo punto valga la pena andare avanti. Per il momento le voglio raccontare cosa è successo, poi deciderò cosa fare.

Andiamo con ordine.

Come le avevo detto, stavo aspettando con ansia la festa di Halloween. Sarebbe stata la situazione perfetta per rivelare le trame ordite contro di noi dal Nuovo Ordine Mondiale, una festa sui mostri per parlare di mostri. Ho buttato giù la traccia di un discorso e ho cominciato a ripeterlo più volte davanti allo specchio per essere preparato e non fare brutte figure. Ero emozionato, felice e carico come una molla. L’unico problema era la testa che continuava a farmi male, non un dolore costante, ma solo delle fitte che però mi disturbavano parecchio.

Sono arrivato alla palestra della scuola un po’ in ritardo e quando sono entrato c’era già un sacco di gente: alunni, professori e persino l’inquietante bidello. Ho pensato che sarebbe stato meglio aspettare ancora qualche minuto prima di iniziare a parlare, così ne ho approfittato per guardarmi in giro. Più osservavo gli altri compagni di scuola e più mi rendevo conto di non essere l’unico ad avere qualche “piccolo” problema.

Ne ho visto uno ad esempio, rintanato in un angolo e un po’ nella penombra, che stava bevendo una birra in bottiglia. C’era qualcosa di strano nel suo comportamento furtivo. Mi sono avvicinato e sono rimasto senza parole: la bottiglia era avvolta da un calzino e quel ragazzo stava letteralmente succhiando la zona dell’alluce. Imbarazzante!

Ma non era la sola situazione strana, ho visto un altro ragazzo in ginocchio vicino al tavolo delle bibite che sembrava non riuscire ad alzarsi. Con la scusa di versarmi da bere ho guardato meglio, notando poco distante una tipa che sghignazzava. Chissà quale scommessa aveva appena vinto.

La musica non era un gran chè, uno degli alunni, improvvisato dj, stava proponendo la sequenza dei soliti classici delle feste scolastiche, mancava solamente il giro di lento e sarebbe stata la perfetta serata da sfigati. Sono rimasto seduto almeno un’ora, non so esattamente, sorseggiando la mia fanta e cercando di focalizzare quello che dovevo dire.

Il momento giusto è arrivato proprio quando il mio timore si è concretizzato e ho sentito diffondersi le note di Carrie degli Europe (non so perchè la conosco, forse l’ho sentita in casa alla radio). Alcune coppiette si sono abbracciate muovendosi a ritmo, mentre i single si sono avvicinati al tavolo delle bevande. A quel punto ho approfittato della situazione per avvicinarmi alla console dove il microfono giaceva incustodito.

Con un movimento furtivo, ho impugnato lo strumento del potere e ho cercato di attirare l’attenzione di tutti schiarendomi la gola, complice involontario il dj che ha abbassato la musica pensando fosse un intervento programmato.

Ero teso, ma dopo un attimo di esitazione ho cominciato a parlare senza nemmeno presentarmi. Le parole uscivano senza controllo: i complotti, il controllo del pianeta, i microchip sottopelle, i monitoraggi del corpo e della mente, i condizionamenti… ero un fiume in piena.

Le bocche dei presenti erano spalancate. Presi in contropiede da questa mia iniziativa, gli occhi di tutti mi si sono incollati addosso. Percepivo lo stupore, la curiosità ed anche un po’ di paura.

Era quello che volevo!

Ma proprio nel momento più intenso del discorso, la testa ha cominciato a pulsare, ogni colpo era una scossa violenta e le fitte in breve sono aumentate di frequenza fino a trasformarsi in un dolore continuo. Ho chiuso gli occhi cercando di concentrarmi sulle parole, quando ho sentito una risata rompere il silenzio che regnava sovrano. Quasi immediatamento ne è seguita una seconda e poi un’altra e un’altra ancora. L’ilarità si diffondeva nella palestra come una macchia d’olio e nello stesso tempo qualcuno puntava il dito verso di me, mentre altri si agitavano imitando le grattate di nuca delle scimmie.

Non riuscivo a capire, stavo solo dicendo la verità. Per quanto difficili da comprendere, si trattava di fatti inconfuntabili. Stavo cercando di aiutarli e loro mi deridevano.

E come se non bastasse la testa mi stava scoppiando.

Mi sono premuto le tempie con le mani per cercare di alleviare il dolore ed è stato allora che ho capito cosa stesse succedendo: sotto i palmi non avevo più la mia solita chioma morigerata, ma un bue muschiato della groenlandia, tanto che riuscivo a malapena a toccare la cute. Anche le mani e le braccia erano quasi completamente ricoperte di peli. Non riuscivo a vedere la pelle e sembrava davvero che mi stessi trasformando in un primate.

Sono rimasto qualche secondo senza sapere cosa fare, mentre tutto il pubblico improvvisato continuava a ridere e a prendersi gioco di me. Poi sono fuggito, correndo senza fermarmi fuori dalla palestra.

Ero sconvolto e non mi sono fermato fino a casa. Non ho nemmeno salutato i miei genitori, avevo vergogna di farmi vedere in quello stato. Mi sono infilato sotto le coperte e ho cominciato a urlare con la bocca premuta sul cuscino.

Greg

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Incontri ravvicinati dello stanzino-tipo.

Glielo dico subito Prof. della mirabolante e disastrosa serata di Halloween gliene parlerò un’altra volta, adesso c’è un’altra cosa che mi preme raccontare.
Lo so, non si inizia con “Glielo dico subito…”, abbiamo già affrontato questo argomento, la prego, andiamo oltre.

Stavo dicendo, l’altro giorno ho deciso di mettere in ordine la mia scala delle priorità, per cui prima di riflettere ed affrontare le strane cose che mi stanno succedendo, ho deciso di risolvere la cazzata che avevo commesso giorni prima: iscrivendomi al club di scacchi.
Avevo bisogno di un posto isolato, lontano dagli sguardi indiscreti e soprattutto senza rompipalle appollaiati sulla mia spalla. Casa mia era fuori discussione: come una gazzella nella savana, devo sempre tenere un occhio attento a quella stronza di mia sorella. Lei è sempre pronta a piombarmi addosso per prendermi in giro e mandare all’aria tutto quello che provo a fare. Prima o poi gli occhi mi si sposteranno ai lati della testa, per osservare meglio l’ambiente circostante in cerca di predatori, mentre rumino le mie cose da nerd. No, casa mia era l’ultimo posto dove andare, per fare quello che dovevo fare, avevo bisogno della massima concentrazione.

Così mi è venuto un lampo di genio: il locale caldaie! Territorio di nessuno perché evitato accuratamente dagli studenti, il posto ideale per spaccarmi la testa su un gioco di cui ignoro ogni dettaglio. Certo, là sotto c’è anche l’antro del terribile Robby, l’inquietante bidello che intimorisce anche i bulli più duri (quelli del ping pong per intenderci) ma a grande rischio, corrisponde quasi sempre un grande guadagno.
Il problema principale era trovare una scacchiera ma quale posto migliore per recuperarla se non il Club degli scacchi? Dopo un rapido video corso (grazie youtube! Un giorno ti ripagherò seguendo tutti i consigli dei tuoi utenti: da comprare una macchina, allargare il pene o seguire diete improbabili, fino a diventare un terrorista islamico… Jihad!) ho scassinato la serratura e rapito a caso una delle scacchiere presenti.
Così, dopo aver “preso in prestito” e messo sottobraccio la scacchiera, mi sono diretto verso il luogo dell’addestramento che per comodità chiamerò Dagobah.

Dagobah è un posto veramente infame. Non so se c’è mai andato Prof., comunque fa schifo. Caldo e umido, pieno di ragnatele e di robaccia non meglio identificata ammassata vicino alle pareti: un posto strepitoso per appoggiare la mia nuova e fiammante scacchiera. Ah già, non è mia.
Butto a terra la tavolozza con i quadrati bianchi e neri e comincio a disporre i pezzi. Dopo cinque minuti mi accorgo di non sapere come metterli. Se avessi passato meno tempo su youtube ad imparare come scassinare una serratura e di più a vedere video su come giocare (o per lo meno come iniziare) sarei stato un bel pezzo avanti.
Ma io faccio sempre le cose a modo mio: quello sbagliato.

Così rimango a fissare quei pezzi di plastica, più o meno con l’espressione che avrebbe un cavernicolo di fronte ad una testata nucleare. All’apice della mia concentrazione, vengo strappato via da una voce che sembra provenire dall’oltretomba:

“E tu che ci fai qui?”

Stupito alzo lo sguardo e mi ritrovo davanti una tipa vestita di nero con in testa una cuffia da nuoto di gomma, anche quella nera. Le giuro, sembrava una suora.
Ma la cosa strana era che mi sembrava di conoscerla. Ci ho messo un po’ a ricordare, ma poi l’ho inquadrata: era quella pazza di “Lode a Satana!”
Ricasco nei miei pensieri, tempestato da una sequenza di domande: Cazzo ci fa qui? Cosa cerca? Perché deve rompere proprio a me?
Probabilmente ci ho messo più del dovuto, perché la tizia mi ha di nuovo incalzato:

“Che ci fai qui, qui ci sto io, ci sto sempre io, levati dalle palle, ehm… non fartelo ripetere eh!”

Rimango impietrito.
Ma che cavolo, non era anche lei del club degli sfigati? Non apparteneva come me all’ultimo anello della catena alimentare della scuola? Se anche lei faceva la bulla con me, voleva dire che in qualche modo avevo fatto una cazzata ed ero sceso di livello.
Poi mi sono reso conto che stavo di nuovo parlando con me stesso. Non potevo dargliela vinta di nuovo, dovevo dire qualcosa in fretta! Così ho esordito con un efficacissimo:

“C’ero prima io, vattene via tu.”

Dio che frase idiota, cosa speravo di ottenere? Ed infatti ero riuscito solo a farla incazzare di più, così mi ha urlato:

“COOOOOOOOOOOOSA?!”

Così, per ribadire la mia posizione, ho concluso con: “C’ero prima io, va via, questo è il mio posto.”
Ottimo, vedo che imparo dai miei errori.

A quel punto lei fa un passo verso di me, probabilmente per uccidermi. A quel punto mi assale il panico e la fisso terrorizzato e lei si gira di scatto dall’altra parte, guardando il corridoio con aria confusa.
Cavolo, devo essere stato io! Proprio come le altre volte, sì, sono proprio io.
Lei non demorde, si rigira ed indossa la sua maschera da “adesso ti faccio a pezzi”. Provo a ricreare la stessa emozione, è facile, ho davvero paura e… funziona! La matta si volta nuovamente verso il corridoio. Prova a rigirarsi ed esclama un disperato “OH MA CHE E’???!” quando si ritrova a fissare il corridoio. Andiamo avanti così per un altro paio di volte, quasi ci prendo gusto ed accenno un sorrisetto.

E nel pieno del mio delirio di giro-onnipotenza lei mi lancia uno sguardo di fuoco ed io mi ritrovo a terra in ginocchio. Tutta la mia sicurezza, quella che ero riuscito a guadagnarmi e a trattenermi per più di trenta secondi, era sparita. Mi facevano male le ginocchia per la botta violenta che avevo preso. Sentivo ancora le gambe molli, fuori controllo, ed una nausea fastidiosa. Che cavolo era successo tutto di colpo?
Sono sicuro Prof., è stata quella tipa strana a farmi cadere a terra come un sacco di patate devoto a nostro Signore! Non c’era altra spiegazione. Stavo per urlare dietro, anche solo per riprendere il controllo, quando ci siamo voltati entrambi: da dietro l’angolo proveniva uno strano rumore.

Dopo qualche secondo, ha fatto capolino nella stanza Robby, lo strano ed inquietante bidello. Non si è neanche accorto di noi due e ci ha sfilato davanti con la sua andatura lenta e sgraziata, portandosi sulla spalla un enorme sacco nero. Sembrava uno di quei maledetti gnometti di Golden Axe (senza che lo cerca su Internet, è un videogioco).
Per tutto il tempo io e la matta con la cuffia di gomma, siamo rimasti impietriti a seguirlo con lo sguardo, terrorizzati che potesse scoprirci. Quando poi è entrato nello stanzino dei bidelli con il suo bottino (probabilmente segatura), abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Poi, come due samurai, ci siamo fissati in silenzio e dopo esserci fatti un cenno con la testa, ci siamo ritirati camminando all’indietro nelle due direzioni opposte.

La verità Prof.? Questo incontro mi ha sconvolto un pochino, ma ho dato un significato in più alla frase dei film di fantascienza “Non siamo soli”.
Ma un po’ preferivo esserlo.

Nick.

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Come le giapponesine che si vomitano addosso

Carissimo professore, come ce la passiamo? Spero che lei stia bene e sia rimasto piacevolmente sorpreso dagli eventi catastrofici della festa di Halloween almeno quanto lo sono stata io.

Ma partiamo dal principio. LA MORTE. No, quella è la fine. Partiamo dal principio: la scoperta di un altro disagiato che fa cose strane all’interno di questa rispettabilissima istituzione scolastica. In realtà non l’ho ancora inquadrato completamente. Dopotutto che opinioni si potrà mai maturare in merito a una pianta di cactus che se ne sta lì, languida, vicino alla finestra?
Nonostante ciò, il nostro caro amico Nick (è così che si chiama), non pecca certo di intraprendenza quando si tratta di trasformare una fastidiosissima partita in dodgeball in un colossale casino.
Il nostro precedente scontro ci ha resi a metà tra gli antagonisti e gli alleati. Dopotutto, con ogni probabilità, siamo entrambi a conoscenza della verità su Halloween.
Ma torniamo alla partita di dodgeball. Dopo un paio di occhiatacce a Nick, che in realtà lasciavano intendere qualsiasi cosa, ho provato a spingermi oltre, fare la grossa, e dimostrargli che non ho alcun timore a praticare il mio potere in pubblico. Così ho cominciato a tirare giù dal pero un paio di vittime sacrificali dalla squadra avversaria. Tonfi da future ginocchia tumefatte sul timido parquet della palestra. Calo di pressione, sicuramente.
Poi d’un tratto qualcuno ha cominciato a roteare, prima di schiantarsi in ginocchio. C’è chi roteava inginocchiato, chi lanciava braccia e gambe alla cazzo di cane, chi scappava bestemmiando. Il professore che fischiava, strillava, paonazzo come una verginella al primo appuntamento. Perfino il tabellone dei punteggi ha cominciato a vomitare parolacce. Culo, suca. Era tutto così bello. Ho riso così tanto che sono finita in ginocchio pure io, vittima del mio stesso sfogo egocentrico. Nick rideva, timidamente orgoglioso di essere il co-creatore di quella sfuriata collettiva. Due casi umani che trollavano il mondo.
O forse tre.
Ad ogni modo il tripudio di stomaci svuotati a cui abbiamo assistito durante la deliziosa festa dei morti è stato merito del bidello. Qui lo dico, qui non lo nego.
Il bidello della segatura. Il segadello. Robby, è stato lui a farci vomitare tutti in coro. Non c’era niente sul punch. O meglio, erano state precedentemente sguinzagliate intere bottiglie di alcol, ma qui siamo tutti alcolizzati, quindi non è stato quello a farci vomitare.
Non è stato nemmeno il disgusto provato per quel ragazzino disagiato e complottaro che s’è appropriato del microfono e ci ha completamente rimbambiti di idiozie riguardanti il Nuovo Ordine Mondiale. E ha fatto quei trucchetti di magia da baretto di periferia.
Quando è partito il primo ragazzo, ha lanciato uno spruzzo che è finito dritto dritto sul dolce della reginetta del ballo. Quella poi ha mollato un superspruzzo sul re del ballo, il quale, voltandosi, ha inondato tutto il club dei ping pong e gran parte degli sfigati del giornale scolastico. Una cascata liquida di patatine e coca-cola masticate e appiccose. Una disgustosa catena di Sant’Antonio che ha unito i popoli. In quel momento eravamo una cosa unica, i ruoli sociali si sono appiattiti, la struttura stessa si è volatilizzata, riportando il piccolo mondo scolastico al punto di inizio. Il primo giorno che abbiamo varcato la soglia della FDC. Vergini, senza etichette. Puri. Eravamo di nuovo così. Di fronte al vomito collettivo, siamo tornati tutti uguali. Con pari diritti, con le stesse possibilità. Il vomito ci ha resi una famiglia.
Ho vomitato ripetutamente in ogni direzione, cercando di puntare più persone possibili. Mi sono svuotata lo stomaco addosso a chiunque, senza guardarlo in faccia, per non fare differenze. Un unico grande popolo, stretto assieme nella morsa del dolore lancinante.
Con la coda dell’occhio ho osservato Robby. Sorrideva come a Natale. Davanti a un enorme pacco regalo. In attesa di poterlo scartare. Stringeva i pugni, ma non in segno di rabbia. Non vedeva l’ora di spargere segatura ovunque. Di poter borbottare l’odio per i giovani con cognizione di causa. Avere la giustificazione definitiva per odiarci. Per ribadire la sua utilità all’interno del sistema scolastico. L’ha fatto per sottolineare il proprio ruolo, ma che dico, la propria identità. La propria esistenza.
Un uomo bisognoso di conferme è capace di tutto. Io lo stimo, lui sa esattamente come sentirsi sicuro di sé. Robby è il mio eroe. Prima lo trattavo con sufficienza. Ora non più. Ora ha tutto il mio rispetto.
Non so se per Nick è lo stesso. Lo metta sotto torchio così ci togliamo entrambi la curiosità. Ha fatto il furbo durante l’ora di ginnastica, ma secondo me è senza spina dorsale.
PS: Io una controllata al tabellone dei punteggi la darei. O meglio, al ragazzo seduto sulla gradinata che sembrava andarci molto d’accordo. Nome in codice: Tycho.
Magda

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All’ebola e ritorno

Non sono venuto a scuola per un po’, spero di non essermi perso troppi avvenimenti eccitanti. So di essermi perso la settimana intorno alla scadenza dell’iscrizione ai club scolastici, quella è sempre divertente. Gente disperata che corre in giro per la scuola ad elemosinare un posto in qualche associazione sfigata giusto per quella manciata di crediti in più a fine anno che possono fare la differenza tra una bocciatura e una promozione. Personalmente ero già a posto ben prima della scadenza, non ho avuto bisogno di elemosinare io, quelli del club audio/video mi hanno praticamente chiesto in ginocchio di entrare a far parte del loro circolo dopo che avevo “riparato” 3 lettori dvd, un televisore al plasma e il tostapane che hanno nella loro saletta. E’ stato bello per una volta sentirsi richiesti.
Mi sono perso anche Haloween, ma quello non mi è mai piaciuto. Ho sempre avuto un gusto terribile per i costumi. Come quando sono venuto vestito da torri gemelle dopo l’11 settembre. O da scoglio dopo la Concordia.
Fatto sta che per lo scorso mese non sono venuto a lezione. Mia madre era convinta fosse ebola, io pensavo fosse influenza, alla fine, dopo esaurienti test ed esami, è venuto fuori che era raffreddore. Dopo aver ripetuto il tutto da tre dottori diversi, mia madre ha dovuto mettersi l’anima in pace, mascherare la delusione, e rimandarmi a scuola. Non è che sia una cattiva genitrice, è solo che si era trovata tanto bene nel ruolo della madre della vittima quando mi ero beccato il televisore in testa, che adesso non vede l’ora che succeda di nuovo. Ci avrebbe marciato per anni se fossi schiattato di ebola. Signore con i capelli cotonati avrebbero attraversato il paese per l’opportunità di farle pat-pat sulla spalla. Per il resto mia madre mi lascia il mio spazio, mi prepara la cena quando rientro a casa e la mattina butta qualcosa per pranzo a scuola dentro il mio zainetto. Vero, di solito le cose che ho per pranzo hanno una lista ingredienti lunga e intelleggibile quanto l’elenco telefonico di Shanghai, però questo dimostra solo che vuole unicamente cibi prodotti dai migliori laboratori chimici del pianeta per il suo bambino.
A proposito di elenchi del telefono, è ora di basta di questi maleducati nei film che strappano le pagine quando devono trovare qualcuno. Vi sembra giusto che quel povero piciu che deve assolutamente mettersi in contatto con P. Cannor rimanga a bocca asciutta solo perché il Terminator non ha abbastanza RAM per memorizzare 6 indirizzi e numeri di telefono? Che poi penso che gli avrei potuto fare il culo a quella stupida macchina. Altro che pressa industriale, gli avrei spento quell’occhio rosso come un cavolo di Telefunken.
Scusi per la divagazione, Prof Z. Che poi ancora non sono convinto che lei lo legga sto diario, quindi scrivo un po’ quello che mi viene in mente.
Una cosa di buono è uscita dal mio mese a casa almeno, ho una bella giustificazione per non fare educazione fisica. Anzi ne ho tre, da altrettanti dottori. Se l’insegnante prova a discutere lo sepellisco nella grafia illeggibile. Per ripicca mi ha costretto comunque ad assistere alle lezioni:
“Così non vai in giro a combinare disastri con i tuoi amichetti.”
Abbiamo riso di gusto entrambi alla nozione che io possa avere degli amichetti.
Questa cosa però mi ha permesso ad assistere ad una strana partita di dodgeball l’altro giorno. Io stavo passando il tempo giocando con il tabellone luminoso di cui il preside era tanto orgoglioso. Grazie a me il primo tempo era finito con una schiacciante vittoria dei rossi sui blu di CU a L0 e avevo già deciso che il secondo tempo sarebbe finito 5U a CA per i blu – a tutti piacciono le rimonte impossibili – quando ho notato dei comportamenti strani in campo. La squadra blu, che fino a quel punto – se non stavi a guardare il tabellone – stava effettivamente vincendo, stava soccombendo a uno strano caso di genuflessite e di girintondite, e un paio di giocatori rossi ne stavano approfittando alla grande. Quando un giocatore blu stava per lanciare una palla tutto d’un tratto si ritrovava inginocchiato e una giocatrice della squadra rossa, vestita in una tuta da ginnastica nera, gli piantava una pallonata nella faccia stupita con glorioso godimento. Oppure il lanciatore blu si ritrovava a girare su se stesso per poi beccarsi una pallonata sulla nuca da parte di un altro ragazzino della squadra rossa. Malgrado le mie previsioni, la partita finì P3 a N3 per i rossi, e il premio MVP andò alla ragazzina vestita di nero per i 3 nasi sanguinanti.
Direi che per oggi ho finito, cercherò di essere più costante nella compilazione del diario ora che sono tornato dall’ebola.
Tycho
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Eccomi, ho scritto!

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Esatto! Come avrà potuto intuire, una delle condizioni per tenere questo diario è che scrivo quando ne ho voglia. Non mi piace avere delle scadenza da rispettare. Se ho tempo e sono dell’umore giusto, allora prendo la penna e imbratto un po’ queste pagine, altrimenti, si metta il cuore in pace prof.

Dopo l’esperienza del barbiere, la testa ha smesso di pulsare, ma è di nuovo quasi tempo di tornare a dare una spuntatina alla cabeza e la cosa mi preoccupa un po’. Avevo quasi pensato di chiedere a mio padre di portarmi da un’altra parte, ma lui è sempre impegnato e con Julius sono amici da tanto tempo… speriamo almeno che abbia cambiato lo specchio!

Ma non era di questo che volevo parlare, sono successe un paio di cose interessanti.

Cominciamo con il mettere in chiaro una cosa, quella faccenda del nuovo ordine mondiale non è una baggianata come dice quel saputello del professore di matematica. E’ facile dire che sono tutte bufale e che si sono inventati tutto, evidentemente non conosce un cazzo, ma presto le cose cambieranno.

Ho pensato di sfruttare l’occasione delle attività extra scolastiche ed iscrivermi al gruppo editoriale. Non me ne frega nulla dei crediti, quello che mi interessa è poter dire a tutti che qualcuno, ai piani alti, ci sta trattando come cavie da esperimento. Ci sono così tante cose di cui parlare e le persone sono tremendamente ignoranti. Hanno bisogno di qualcuno che le educhi, che dica le cose come stanno e quale migliore opportunità se non il giornale scolastico e, squillo di tromba, addirittura una stazione radio all’interno della scuola?

L’unica rottura di palle è che non potrò essere subito in prima linea, dovrò prima seguire il corso e fare qualche articolo di prova, ma è un giusto prezzo per raggiungere il mio obiettivo.

A proposito di obiettivi, e qui arriva la seconda cosa interessante, ho avuto un’idea geniale che metterò in pratica questa sera alla festa di Halloween. Però acqua in bocca, mi raccomando. E comunque, in ogni caso, lei è legato dal segreto professionale, vero?

Ha mai sentito parlare dei microchip sottocutanei usati per monitorarci e controllarci? Ovviamente no. Come dicevo l’ignoranza regna sovrana. Beh, il solito Nuovo Ordine Mondiale è in combutta con alcune aziende di elettronica e addirittura con il governo americano per impiantare dei microchip sottopelle a tutta la popolazione della terra: il marchio della bestia.

Si, perchè tutto ha orgine da un passo dell’Apocalisse: “Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte”. Qualcuno deve averlo preso alla lettera e ha proposto una legge che autorizza due note società a produrre questi piccolissimi componenti elettronici. E indovini un po’ come vogliono usarli? Per guardarci dentro e influenzare i nostri pensieri e le nostre azioni.

Ma non voglio dilungarmi troppo, le consiglio di venire alla festa, questa sera. Ad un certo punto qualcuno prenderà il microfono e rivelerà a tutti questo complotto. Sono eccitatissimo, per la prima volta parlerò di quello che sta veramente accadendo nel mondo. Non vedo l’ora!

 

Greg

 

P.S. Mentre scrivevo quest’ultima frase ho sentito di nuovo la testa pulsare, è durato solo qualche secondo, ma faceva dannatamente male.

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Epifanie, serial killer e resti umani (aspettando Halloween)

So che è controproducente, ma le racconterò questo fatto, professore. Più che altro perché, malgrado la mia assoluta sincerità rispetto ad alcune “cose” che sono in grado di fare, noto che lei non ne è rimasto shockato. Sono pure convinta che io non sia l’unica, in questo istituto o magari nel mondo, a riuscire nell’impresa di rivelarsi strana agli altri. E in qualche modo il suo silenzio sembra far parte di una tecnica molto efficace, soprattutto tra i ragazzini.

Non che io lo sia, per carità, sono più anziana di lei e del preside messi assieme. Pigra, pantofolaia, inetta, asociale, incapace di provare interesse nelle usuali attività da scuola superiore. Non ho ancora scelto un club, e probabilmente mai lo farò, se il mio piano di rendermi trasparente al corpo insegnanti continuerà la sua efficace condotta.

In realtà sto cercando di distaccarmi da ogni attività che richieda qualsiasi tipo di interrelazione personale. Ieri, per l’appunto, mi sono dileguata dalla terrificante ora di nuoto con la sola forza dell’inutilità della mia persona. Ho atteso quindi che tutte le altre oche si infilassero il costume e partissero alla volta della sfilata di moda piscina, con relativa componente maschile sprecava il tempo in considerazioni particolarmente volgari, ho girato l’angolo e sono scomparsa nella penombra del corridoio, in direzione di quei locali vitatissimi agli studenti, come lo stanzino dei bidelli o il locale caldaie.

Giro l’angolo e mi trovo davanti un tizio, seduto a terra, con davanti una scacchiera piena di pedine lanciate alla rinfusa. Ha uno sguardo corrucciato, concentrato, quasi non si accorge della mia presenza. Lo avessi captato prima avrei fatto dietro front subito, ma ero così vicina e così incavolata per la sua presenza nel MIO territorio delle tenebre che non ho potuto fare a meno di esclamare:

  • E tu che ci fai qui?

Lui alza lo sguardo e resta impietrito. Una statua di sale. Un fantoccio di gesso. Una scena imbarazzante. Soprattutto perché nemmeno io so come reagire a quella non reazione. Così borbotto:

  • . che ci fai qui, qui ci sto io, ci sto sempre io, levati dalle palle, ehm… non fartelo ripetere eh!

Mi fissa come avesse visto un velociraptor giocare a briscola con il Papa. Restiamo così per un numero illiminato di imbarazzanti secondi, finchè il tizio osa rispondere:

  • C’ero prima io, vattene via tu.
  • COOOOOOOOOOOOSA?! – gli dico, con la sicurezza tipica della persona usualmente preda che ora scopre, inspiegabilmente, di essere diventata predatore.
  • C’ero prima io, va via, questo è il mio posto.

Al secondo rifiuto di collaborazione faccio un passo verso di lui, senza un piano in particolare, di solito sono io quella che scappa. Che minchia bisogna fare in queste situazioni? Esiste un tutorial del bullismo? Magari un video, ma basterebbe anche una dispensa. C’è bisogno di roba precisa: velocità, tipo di calcio, parole da usare, tono della voce, livello della risata, potenza da sprigionare.

Mica mi sento pronta a tutto questo, quasi quasi me ne pento. E infatti mi ritrovo con la faccia che punta al corridoio da dove sono arrivata. E mi chiedo se la potenza della mia insicurezza abbia effettivamente funzionato. Mi puzza qualcosa, quindi mi volto di nuovo dalla parte del ragazzo, la statua di sale.

E nuovamente mi ritrovo a fissare il corridoio. Così mi esce un: “OH MA CHE E’???!” in un mix tra panico e confusione. Mi viene pure una leggera nausea, soprattutto quando mi giro di scatto per la quinta volta.

Così alla fine capisco. Non sono diventata più scema del solito, è questo tizio che me lo fa fare. In questa scuola c’è un altro tizio strano-forte come me. O magari più di uno. Insomma l’idea che “non sono sola nell’universo” ora diventa meno concreta. Significa quindi che sarò meno speciale?

Tanto, Prof, lei sa bene cosa faccio, no? Sa bene cosa combino quando penso forte-forte a una cosa. Lei lo sa benissimo. La prima volta che ci siamo incontrati mi ha detto:

  • Prego, si sieda pure.
  • E lei che fa, sta in piedi?
  • Non lo so, me lo dica lei.

Magari ho fatto una stronzata, magari lei cade dal pero e non ha idea di cosa sto parlando. In tal caso le comunico che c’è un ragazzino che va in giro a far girare le persone. In giro a far girare. E’ la cosa più scema che io abbia mai sentito. Ma lui lo fa, ed è pericolosissimo. E stava al buio a giocare a scacchi, vicino al locale elettrico, vicino allo stanzino dei bidelli. Losco, loschissimo personaggio. Sto facendo pubblicamente la spia, glielo dico eh.

Sta di fatto che, dopo qualche secondo di panico, pure sto pirla è finito in ginocchio. Sconvolto e confuso pure lui, è rimasto lì con le gambette ammaccate. Stava pure per dire qualcosa di probabilmente molto volgare, quando siamo stati interrotti da un rumore dietro l’angolo.

Ha fatto capolino il bidello Robby, quello che se ne va sempre in giro vestito come un professore ma invece è solo un bidello. Robby, quello che confabula sempre da solo, che odia tutti i regazzini, che son sporchi e dicono parolacce e non guardano mai dove camminano. Robby però non ci guarda nemmeno, forse non si accorge neppure della nostra presenza. Ha un gigantesco sacco, probabilmente di segatura, che lo rende gobbo e sgraziato. Lo trascina dentro lo stanzino dei bidelli e, continuando a confabulare, chiude la porta con un poderoso boato.

Spero vivamente che sia un serial killer, o qualcosa di similare. Perché a quanto pare oggi non mi basta aver scoperto un altro tizio coi poteri strani, voglio anche scoprire una moltitudine di cadaveri dentro allo stanzino dei bidelli. E una storiaccia di malattie mentali alla base della follia. Con madri isteriche e padri morti ammazzati. Magari un paio di cannibali, giusto per.

Dopotutto è bello sognare, no?

 

PS: Domani sera è Halloween, Prof. Che costume sceglierà? Io ho deciso che mi vestirò da “resto umano”, è un riferimento a una puntata dei Simpson, lei non può capire.

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