Maledette emicranie

Semplicemente imbarazzante.
Mi sento come Zeno, costretto a tenere un diario per smettere di fumare. Be’? Che c’è? Un’adolescente non può aver letto La coscienza di Zeno? Io l’ho letto. Dicevo, imbarazzante, davvero. Perché poi dovrei raccontare tutto? Insomma, sono io la vittima in questa storia. Io sono sempre la vittima. Incredibile che nessuno se ne renda conto. Va be’, visto che mi è stato detto che forse questo potrebbe aiutarmi a capire a cosa sono dovute le emicranie e le febbri che vanno e vengono (oltre che per monitorare il mio comportamento, come se fossi una criminale o una psicopatica), racconterò della prima volta che ho avuto i sintomi di questa non meglio identificata malattia.
Tutto cominciò quando la prof. di matematica mi trovò in “atteggiamenti lascivi”, come disse lei, con questo mio compagno, nella vecchia scuola.
La prof. mi mandò dal preside e gli raccontò come stavano le cose.
“Signor Preside, spero lei non voglia lasciare impunito il comportamento di Alice”.
Certo, il mio di comportamento, non quello del mio compagno. Solo perché io ero in ginocchio e lui in piedi, poggiato alla porta del bagno dei maschi, non vuol dire che lui non stesse facendo nulla. Anzi, la prof. non si è resa conto di come spingeva lui. Ma tanto io sono l’emarginata, quella stramba, quindi era ovvio, ero io quella da punire.
“Professoressa, non si preoccupi, ci penso io. Ci lasci soli”.
“Ma…”
“Non si preoccupi, le dico!”
Lo sapevamo tutti a scuola. Il preside era un porco. Come punizione chiedeva alle ragazze di fargli vedere le tette, fargli leccare un piede, o si faceva consegnare le mutandine. Roba da feticisti, insomma.
Io sono orfana, sono scappata dall’ennesima famiglia affidataria, sto in comunità, quindi con me pensava di poter osare di più. Mi minacciava di raccontare a tutti, anche in comunità, quanto fossi sporca, diceva che non avrei più avuto amici, né un posto in cui vivere. Allora lo lasciavo fare.
“Vieni, Alice. Assumi la posizione”.
Dovevo poggiare le mani sulla scrivania, divaricare le gambe, sporgere in fuori il sedere. E lui mi sculacciava. Non mi faceva male ma lui godeva tantissimo. Quella volta si spinse oltre, sfoderò il cazzo e iniziò a toccarsi. Mi disse: “Lo sapevo, sei una bella troietta. Peccato tu sia minorenne. Sai che bei giochini ti farei fare altrimenti?”
Mi poggiò il cazzo addosso. Mi fece schifo. Talmente schifo che vomitai sulla sua scrivania. Mi girava la testa, come dopo una sbronza. Non riuscivo a reggermi in piedi.
“Cagna. Esci subito da qui, mi hai smontato”, mi disse.
Andai via di lì. Corsi verso il bagno e continuai a vomitare. Non so per quanto tempo. Lì, china sul water, mentre sputavo succhi gastrici, decisi che non me ne fregava niente della mia reputazione. Tanto ero già sola. Seppure la speranza di avere delle amicizie fosse svanita, che mi importava? Era giunto il momento di fargliela pagare. Decisi di sputtanarlo davanti al collegio docenti della settimana seguente.
Entrai in aula. Tutti i prof. mi guardarono con aria interrogativa.
“Il preside deve dirvi una cosa”.
“Alice, non capisco di cosa tu stia parlando”, disse.
Lo guardai negli occhi.
“Funambolo!”
I professori si guardavano cercando di capire cosa volesse dire “Funambolo!”
La prof. di matematica gli chiese: “Preside, scusi?”
“Merda, merda, fango, pupù. Calamaro!”.
“Ma, preside, non ha senso”.
“Non ha senso, non ha senso”, ripetè il preside meccanicamente.
Il preside era paonazzo. Imbarazzato e spaventato, neanche lui capiva cosa gli stesse succedendo.
“Preside, ci pensi bene. Dica a tutti cosa pensa di me”.
“Troia, troia!Puttana”.
I professori si scandalizzarono ma neanche troppo. Insomma, avevo quella fama. Erano più preoccupati per la salute del preside.
“E adesso di’ ai professori cosa vuoi farmi”.
“Chiave minestra mandorla pantofola”.
“Può ripetere, per favore?”
“Voglio scoparti, troia”.
Era la prima volta che manifestava questi disturbi della comunicazione. Pensai fossero causati dal troppo stress della situazione ma non mi interessava. Tra le cose insensate diceva anche quello che pensava. Non credevo ci sarei mai riuscita. Neanche io stavo bene. Mi girava la testa, avevo le vertigini ma non potevo smettere, dovevo fargli dire tutto.
“Ti è piaciuto sculacciarmi la scorsa settimana?”
“Sculacciarmi, sculacciarmi la scorsa settimana”, ripetè il preside.
“E il mese prima?”
“Alice, basta, cosa mi stai facendo dire?”.
Si rese conto di quanto lo stessi mettendo nei guai. Io dovetti poggiarmi contro il muro per non cadere. Un fischio fortissimo mi trapanava il cervello.
“Solo quello che pensa davvero, signor Preside. E ti piace anche importunare le altre ragazze?”
Il preside piangeva, era terrorizzato. Cercava di implorarmi ma dalla sua bocca uscivano solo parolacce e sconcezze rivolte alle colleghe che, attonite, non sapevano come reagire. Io stavo sempre peggio ma non potevo ancora fermarmi, anche se stavo per svenire.
“Ti sei fatto succhiare l’uccello da qualche studente?”
Con le mani davanti alla bocca, cercava di non rispondere ma fu più forte di lui: “Succhiare. Spada, fune, scarpa. Succhiare. Magari!”.
I professori iniziarono a commentare, a chiedere spiegazioni al preside, si chiedevano che provvedimenti avrebbero dovuto prendere, il preside era sicuramente malato e in più, come qualcuno fece notare, bisognava capire se ci fosse un fondo di verità in quello che io avevo fatto dire al preside.
Raccolsi tutte le mie forze per andare via da lì, non sopportavo tutto quel vociare. Girava tutto, per camminare dovevo restare appoggiata al muro.
Alla casa famiglia dissi che stavo male, c’erano tutti i sintomi di una bella influenza, con tanto di febbre altissima che non accennava a scendere. Dopo due giorni uno degli operatori entrò in camera e mi disse: “Non so cosa hai fatto, pare sia un segreto, ma sei stata espulsa dalla scuola. Abbiamo deciso di farti frequentare l’ennesimo programma di recupero. Stai attenta, Alice. Questa è l’ultima possibilità che possiamo darti”.
Scoprii che il preside era stato ricoverato per gli improvvisi disturbi che aveva manifestato durante il collegio docenti, anche se non si erano più ripetuti. Intanto erano partite le indagini sulle molestie sugli studenti. Chi prese il suo posto pensò bene di tenermi lontana da tutto ciò espellendomi, per evitare che creassi altri scandali. Perché il problema era questo: io creo scandalo.
Così, solo perché ho fatto dire a un pazzo quello che pensava, ho perso un anno di scuola e adesso sono costretta a scrivere questo diario come “punizione” e a rispondere alle sue domande, caro professor Zi.
Spero che si sia divertito leggendomi.
Alla prossima.

Alice

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