Io sono Squarcio

Lo so, non si inizia un diario a metà di un discorso, ma la mia vita finora mi pare una frase sospesa, qualcosa che aspetta un compimento, una risoluzione, magari una bella catarsi finale come nelle tragedie che studiamo nell’ora di letteratura! Ma certo, tutti muoiono alla fine, gli spettatori si sentono meglio, migliori, e se ne tornano a casa. Sipario.

Lei si sentirà meglio, Professor Zi, dopo aver letto le nostre storie? Io non credo. E non credo neppure tutto questo serva a qualcosa, ma tant’è che siamo in ballo, perciò balliamo. Non creda che io voglia morire, o che desideri lo facciano gli altri. A me basterebbe essere invisibile, fuori dai giochi, per così dire, e che gli altri si godano le loro squallide vite… Mi scusi professore, ma mi annoiano così tanto.

Quindi qui comincia il diario di Elena, che sarei io. Mia madre ha voluto chiamarmi come Elena di Troia dicendo che non c’è onore maggiore per una donna che far scatenare una guerra con la sua sola bellezza (perché dell’intelligenza di Elena no, di quella non sembra fott…fregarne niente a nessuno) e sperava io potessi diventare come lei. Io, bella come Elena non sono certo diventata, troia giusto un pochino.

E forse è proprio per questo che sono finita a scrivere queste pagine, non avevo voglia di stare da sola. Sa, pare che se copro ben bene il mio braccio, i ragazzi mi trovino anche vagamente attraente: a me vedere il mio solo riflesso nello specchio causa conati di vomito. Non sono l’essere più orripilante della terra, me la cavo… E’ che ricordo ogni giorno che la mia immagine è la causa di tutte le mie disgrazie. Non ho voglia né tempo ora di ricordare tutta la triste infanzia di Elena e perché il mio braccio sinistro è in quelle condizioni: sono io la protagonista di questo diario, perciò i tempi li detto io. Tra l’altro, essendo uno dei pettegolezzi più in voga nella scuola, immagino che almeno qualche parte della storia lei la sappia già e devo ammettere che alcune versioni, che contengono personaggi di fantasia affascinanti come un fidanzato di mia madre violento o un branco di cani con la rabbia, hanno reso negli anni la finzione molto più interessante della storia originale. Del perché io sono Squarcio, o Cicatrice, a seconda del periodo.

Come dicevo non volevo stare da sola, quindi ho accettato le richieste di un certo ragazzo piuttosto popolare qui a scuola, lei sa di chi parlo; quello che venderebbe la madre per la maglietta del giocatore preferito di basket, e aggiungerebbe pure  la nonna se la maglietta fosse autografata. Ecco, lui. Si chiederà allora perché non ci ha mai visto tubare come colombe innamorate dallo sguardo languido nei corridoi: be’, è abbastanza semplice, nessuno vuole farsi vedere in giro con Squarcio. Ero un piacevole passatempo, di quelli con cui giocare di nascosto. Avrà di sicuro anche lei una passione segreta, come un filmaccio di serie b da guardarsi nei giorni cupi, un giornaletto porno nascosto fra le riviste di psicologia, o magari addirittura l’amante orientale da incontrare nel parco per giochi spinti… Si vergogni! Che ce l’abbia o no, l’amante orientale dalle incredibili capacità, avrà capito che intendo. Ma dei giocattoli vecchi, anche se proibiti, ci si annoia in fretta; soprattutto se, nel frattempo, un compagno di squadra ti becca insieme alla sfigata asociale della scuola. Così l’idiota e l’amichetto di merende decidono di minacciarmi: se avessi detto ad anima viva della nostra scappatella loro avrebbero diffuso per la scuola delle mie foto non esattamente caste e pure… Accetto, perché in fondo non me ne frega nulla di dire alla gente che sono andata a letto con quell’idiota. Ma la settimana scorsa, forse per noia o perché accesi dal fuoco della goliardia, hanno pensato che fosse un’occasione troppo interessante per non approfittarne ed anche se nel frattempo io non avevo detto nulla a nessunole mie foto  hanno preso a girare rapidamente di banco in banco e di classe in classe. Perché non ho denunciato i colpevoli? Lei crede davvero che, se fossi andata da un professore o dal preside, mi avrebbero elogiato per il mio coraggio ed avrebbero pubblicamente punito i colpevoli? Su, non ci crede lei come non ci credo io.

La cosa più interessante di questa storia è la sua conclusione. Dopo che le mie foto hanno fatto il giro della scuola ed il mio stato sociale un bel upgrade da sfigata asociale a sfigataasociale dai facili costumi la mia vita non è certo migliorata… Oltre alle solite battute sulla mia cicatrice iniziavano anche ad arrivare commenti volgari, e talvolta anche qualche richiesta anonima e disperata da ragazzi di altre classi che credono io faccia carità: non sono una facile, non ho avuto più che una manciata di relazioni nella mia vita, insomma, sono solo una sedicenne con gli ormoni come devono essere, alle stelle.

E’ accaduto venerdì, quando ho finito tardi le mie lezioni per seguire il corso extra di storia dell’arte: sto cercando la “bellezza”, quella vera, e mi sembrava che l’aula di arte fosse un buon posto dove iniziare… Comunque, mentre uscivo con lo zaino da trenta chili sulla schiena e tre chilometri a piedi da fare pensai di passare dal bagno, fuori iniziava a far freddo e non volevo fermarmi in qualche schifoso bar per strada. Le aule erano quasi tutte vuote e spente, ed il corridoio silenzioso faceva rimbombare un pianto femminile. Man mano che mi avvicinavo al bagno delle ragazze i singhiozzi aumentavano, così decisi (stupida curiosità) di nascondermi nel corridoio di fianco all’entrata del bagno; una voce maschile stava intimando con forza alla creatura lagnate di smetterla e non pensarci neanche a mollarlo così. Riconobbi immediatamente la voce del cretino di cui sopra, e compresi che probabilmente stava trattando un’altra ragazza come aveva fatto con me, come una bambola di pezza. La ragazza sembrava aver tentato di lasciarlo senza la fortuna che avevo avuto io, ed in quel momento ricordai che, da quando avevamo smesso di vederci di nascosto, l’avevo visto in giro per la scuola con una sciacquetta qualunque del primo anno. Di sicuro era la voce femminile che sentivo. Non era affare mio, alla fine, e stavo per andarmene quando (stupido senso di giustizia) sentii i rumori di uno strattone e di un peso che si afflosciava per terra. Non potevo non fare qualcosa, se le stava facendo del male non potevo andarmene così: tornai sui miei passi e sporsi leggermente la testa nel bagno. Lui era lì che cercava di tirarla su mentre lei scalciava urlando di non avvicinarsi, di non toccarla mai più, di andarsene a fanculo. Lui sembrava seriamente dispiaciuto, come se l’avesse strattonata più per errore (però non avendo visto non ne sono certa), ma man mano che lei continuava ad allontanarlo e rifiutare il suo aiuto vedevo gli occhi di lui riempirsi di rabbia… Decisi di attraversare la porta nel bagno per intervenire proprio nel momento in cui lei gli gridò l’evidente insulto di troppo e lui trasformò la mano che le tendeva in un violento schiaffo sul suo viso. A quel punto le cose si fanno confuse nella mia mente: ricordo lui che si volta a guardarmi come un cane colto mentre ruba una salsiccia, quello sguardo fra “lo so, ho sbagliato”, “che cosa pretendi da me?” e “tu non avresti dovuto essere qui”, poi lui che mi urla qualcosa su dove sia il mio braccio sinistro ed io che con lo stesso braccio gli mollo un gancio da pugile. Il colpo sembra coglierlo di sorpresa: inizia a sbraitare cercando di pulirsi il sangue che sgorga deciso dal suo naso mentre io mi accorgo di cosa mi stava urlando poco prima: il mio braccio sinistro non c’è. Lo sento, ma non è lì. Svengo, e sento un forte dolore mentre cado letteralmente sulla ragazza stesa a terra.

Al mio risveglio la situazione è questa: lui si è dato alla fuga mollando me e la ragazza sul pavimento lercio del bagno e gli insegnati che ci hanno trovato si sono convinti che noi due ci siamo attaccate per chissà qualche motivo cretino da adolescenti e siamo finite così sul pavimento, una col un grosso taglio sulla fronte e l’altra col labbro spezzato, dopo una scazzottata epica che neanche negli incontri per il titoli dei pesi massimi.

La ragazza, probabilmente per paura di successive ripercussioni, non ha aperto bocca contro di lui ed io mi sono trovata rapidamente dalla parte del torto, senza uno straccio di prova. Sospesa due giorni e con l’obbligo di passare dallo psicologo al mio rientro. Lei.

Non sono una persona violenta, non so che mi sia passato per la testa in quel momento ma di sicuro non troverà un briciola di pentimento in queste pagine, o nella prossime. La violenza non sarà una soluzione, ma libera. Vendica. Ti rende il cuore più leggero.

In fondo quel cretino ha solo saltato un paio di giorni di scuola, probabilmente aveva il viso un po’ gonfio, nulla più. Io invece ho mia madre che non mi rivolge più la parola e che non vuole darmi qualche soldo per uscire perché mi sono rotta il labbro deturpando il mio visino perfetto. Povera mamma, un giorno smetterà di vedermi per quella che non sono più.

Alla prossima, Elena.

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