Chi ha inventato le supplenze deve morire male.

Il Professor Z. vuole che io scriva di più e più spesso.
Lasci che le spieghi il mio rapporto con la lingua italiana. Che, nel caso non l’avesse capito, è pessimo.
Ieri, tre interminabili ore di lezione d’italiano: due come da orario più una bonus grazie alla cagarella di quello d’inglese. Appunto personale: ricordarsi di ringraziare i coliformi di quell’incapace.
Entra la prof in classe con il suo pachidermico passo. A volte penso che nascere pavimento sia una delle peggiori punizioni, soprattutto se ti cammina addosso quell’informe massa grassa. Per motivi di privacy chiamerò questa splendida e leggiadra libellula Ciccia Bastarda, ma tanto so che lei sa che io so, e visto che sappiamo possiamo andare avanti.
La silfide appoggia la sua borsa sulla cattedra, sul cui contenuto soprassiederò (piccolo indizio: odorava di pollo), e appoggia le sue terga su quella povera e innocente sedia.
Ora che ci penso, forse rinascere sedia è pure peggio: meglio il pavimento.
Invece di chiedere se ci sono assenti, come tutti quelli normodotati, Ciccia Bastarda fa l’appello, un nome alla volta, sorridendo ai lecchini e sbeffeggiando quelli normali. A me non dice mai nulla, né mi sorride. Credo che questa sia la reazione per la categoria “merda”. Anzi, ne sono certo.
“Oggi abbiamo un sacco di tempo per conoscerci”, esordisce la balenottera, “e quindi dedicheremo la prima ora alle interrogazioni, magari anche un’oretta e mezza, e poi ci dedichiamo alla lettura del Leopardi”.
Reazione della classe: panico. Difficile dire se più per le interrogazioni o più per quel sessuofobico di un poeta.
Reazione mia: adesso mi faccio crescere l’unghia e mi taglio la gola, in fondo ieri l’ho usata per affettare un salame, vuoi mica che la mia gola abbia una consistenza tanto diversa?
La slavina di cellulite apre il registro con una grazia paragonabile solo a quella di un tir che sfonda la vetrina di una cristalleria. Lo so, è incredibile, ma riesce ad essere buzzurra pure con un semplice registro di carta: pesa niente, non è ingombrante, ma in mano sua diventa cemento armato.
Inizia a sfogliare le pagine.
Di fianco a me c’è una che sembra uscita da un convento (tra l’altro è pure bruttina, dovrebbe mettersi una maschera da hockey prima di uscire di casa) che si fa il segno della croce.
Di fronte uno stringe un cornetto rosso, che più che un cornetto sembra un belino di segugio.
Dietro di me uno sta semplicemente cristonando. Ottimo, sei il mio idolo!
Io, molto semplicemente, guardo la Ciccia Bastarda. Tanto non so nulla di nulla, non ho niente da perdere. E anche se sapessi qualcosa sarebbe comunque un’insufficienza, quindi chi me lo fa fare di aprire i libri?
“Ecco sì, Ubaldo vieni tu alla cattedra”.
Prendo il diario, mi avvio verso l’antro dell’orrenda lipidica e lo metto sulla cattedra. A lei piace così, mentre t’interroga apre il tuo diario e si fa una paccata di cazzi tuoi. La scusa ufficiale è che deve metterti il voto, ma già che è lì perché non leggerlo?
Il mio mito resta Aurelio, che un giorno le ha fatto trovare un goldone srotolato tra le pagine, e quando lei l’ha visto sobbalzando dalla sedia, lui ha detto “ecco dov’era!”. Un grande.

“Bene Ubaldo, parlami di Stefano Roi”.

La guardo, trattengo un rutto, e mentre sto per aprire la bocca per dire “e chi diavolo è, tuo cugino?” ecco che vengo salvato dall’armata sarda: un numero imprecisato di gente sta correndo nel corridoio, cosa vietatissima, facendo un discreto casino. Rumori di passi, schiamazzi, risate, porte sbattute.
L’elefantessa grassa si volta in direzione della porta, guarda con aria attenta (e mi vien quasi da dirle “sì, è una porta, non ne hai mai vista una prima d’ora?”) e mi dice “Apri la porta che voglio vedere che succede”.
Mi pare una richiesta assolutamente sensata: telefonare all’ACI per richiedere un carro attrezzi in grado di sollevare la balenottera obesa dal suo scranno potrebbe richiedere del tempo, meglio che vada io che, in fondo, non ho un cazzo da fare.
Vado verso la porta, giro la maniglia e apro la porta di una ventina di centimetri: solo gente che corre, nulla di che.
“Apri di più, anzi, spalancala che voglio vedere meglio”.
Il quell’istante penso: “La porta si apre verso il corridoio, se la spalanco mentre ci sono questi che corrono potrebbe succedere quella che mia madre chiama «brutte cose»”. Sto per far notare questa possibilità che, stranamente, è pure sensata (non quanto telefonare all’ACI, ma quasi) che la Ciccia Bastarda mi rintuzza “Che stai aspettando? APRI STA PORTA, IMBRANATO!”

E va bene, l’hai voluto tu.

Spalanco la porta e sento un “TUMP!” segui da un urlo. Come temevo, ne ho centrato uno. Quanti punti vale? Almeno ho vinto l’orsacchiotto?
Guardo dietro allo stipite e vedo Nicodemo steso a terra che si sta tenendo il naso tra le mani. Nulla di grave, è solo un ragazzo di terza grande come un armadio a quattro ante con doppia stagione e luce interna che, come se non bastasse, è pure il campione di lotta libera della provincia. Si riprende, mi guarda e mi dice “Tu, sei, morto” indicandomi col dito a ogni parola.
Faccio un passo indietro, indico la grassa informe dietro alla cattedra, faccio in tempo ad articolare un “Ma..” ed ecco che arriva lui, l’essere più viscido del pianeta: il Preside.
Per motivi di privacy chiamerò quest’unto e viscido essere Lumacone.
Il Lumacone è un vile coso unto e bisunto, uno di quelli che quando ti da la mano sembra di stringere una seppia, con l’unica differenza che la seppia fa meno schifo. Nessuno lo può vedere e nessuno ha il coraggio di dirglielo: ha conoscenze ovunque, può sbatterti fuori dalla scuola e fare in modo che nemmeno su Marte ci sia qualcuno disposto a farti proseguire gli studi. Odio quel verme.
“Tu vai in infermeria, e tu, invece vieni con me. E voi piantatela di correre e di fare gli idioti!”.
Tutti immediatamente si placano e rientrano in classe. Io resto sulla porta, indico col dito la grassona e tento di dire (per la seconda volta) “Ma…”
Da dentro la classe arriva un urlo: “MA COSA FAI, IMBRANATO! VOLEVO CHE APRISSI SOLO UN PO’, NON CHE AMMAZZASSI QUALCUNO! SI PUÒ ESSERE PIÙ STUPIDI DI COSÌ?..” e mentre la Ciccia Bastarda continua a urlare cose sconnesse, il Lumacone mi afferra per un braccio e mi trascina verso la Presidenza, passando di fianco a Nicodemo che mi ricorda “tanto io e te ci rivediamo, merdaccia” a sigillare una splendida giornata di calci nel culo.

Risultato: ramanzina, nota sul diario, nota sul registro e convocazione dei genitori.
Una cosa positiva, però, in tutto questo c’è, Professor Z: ho scoperto che la mia unghia si sta rinforzando. E parecchio. Pensi che adesso riesco pure a rigare la carrozzeria delle automobili!

Se non ci crede, vada a vedere le auto della Ciccia e del Lumacone.

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