Come le giapponesine che si vomitano addosso

Carissimo professore, come ce la passiamo? Spero che lei stia bene e sia rimasto piacevolmente sorpreso dagli eventi catastrofici della festa di Halloween almeno quanto lo sono stata io.

Ma partiamo dal principio. LA MORTE. No, quella è la fine. Partiamo dal principio: la scoperta di un altro disagiato che fa cose strane all’interno di questa rispettabilissima istituzione scolastica. In realtà non l’ho ancora inquadrato completamente. Dopotutto che opinioni si potrà mai maturare in merito a una pianta di cactus che se ne sta lì, languida, vicino alla finestra?
Nonostante ciò, il nostro caro amico Nick (è così che si chiama), non pecca certo di intraprendenza quando si tratta di trasformare una fastidiosissima partita in dodgeball in un colossale casino.
Il nostro precedente scontro ci ha resi a metà tra gli antagonisti e gli alleati. Dopotutto, con ogni probabilità, siamo entrambi a conoscenza della verità su Halloween.
Ma torniamo alla partita di dodgeball. Dopo un paio di occhiatacce a Nick, che in realtà lasciavano intendere qualsiasi cosa, ho provato a spingermi oltre, fare la grossa, e dimostrargli che non ho alcun timore a praticare il mio potere in pubblico. Così ho cominciato a tirare giù dal pero un paio di vittime sacrificali dalla squadra avversaria. Tonfi da future ginocchia tumefatte sul timido parquet della palestra. Calo di pressione, sicuramente.
Poi d’un tratto qualcuno ha cominciato a roteare, prima di schiantarsi in ginocchio. C’è chi roteava inginocchiato, chi lanciava braccia e gambe alla cazzo di cane, chi scappava bestemmiando. Il professore che fischiava, strillava, paonazzo come una verginella al primo appuntamento. Perfino il tabellone dei punteggi ha cominciato a vomitare parolacce. Culo, suca. Era tutto così bello. Ho riso così tanto che sono finita in ginocchio pure io, vittima del mio stesso sfogo egocentrico. Nick rideva, timidamente orgoglioso di essere il co-creatore di quella sfuriata collettiva. Due casi umani che trollavano il mondo.
O forse tre.
Ad ogni modo il tripudio di stomaci svuotati a cui abbiamo assistito durante la deliziosa festa dei morti è stato merito del bidello. Qui lo dico, qui non lo nego.
Il bidello della segatura. Il segadello. Robby, è stato lui a farci vomitare tutti in coro. Non c’era niente sul punch. O meglio, erano state precedentemente sguinzagliate intere bottiglie di alcol, ma qui siamo tutti alcolizzati, quindi non è stato quello a farci vomitare.
Non è stato nemmeno il disgusto provato per quel ragazzino disagiato e complottaro che s’è appropriato del microfono e ci ha completamente rimbambiti di idiozie riguardanti il Nuovo Ordine Mondiale. E ha fatto quei trucchetti di magia da baretto di periferia.
Quando è partito il primo ragazzo, ha lanciato uno spruzzo che è finito dritto dritto sul dolce della reginetta del ballo. Quella poi ha mollato un superspruzzo sul re del ballo, il quale, voltandosi, ha inondato tutto il club dei ping pong e gran parte degli sfigati del giornale scolastico. Una cascata liquida di patatine e coca-cola masticate e appiccose. Una disgustosa catena di Sant’Antonio che ha unito i popoli. In quel momento eravamo una cosa unica, i ruoli sociali si sono appiattiti, la struttura stessa si è volatilizzata, riportando il piccolo mondo scolastico al punto di inizio. Il primo giorno che abbiamo varcato la soglia della FDC. Vergini, senza etichette. Puri. Eravamo di nuovo così. Di fronte al vomito collettivo, siamo tornati tutti uguali. Con pari diritti, con le stesse possibilità. Il vomito ci ha resi una famiglia.
Ho vomitato ripetutamente in ogni direzione, cercando di puntare più persone possibili. Mi sono svuotata lo stomaco addosso a chiunque, senza guardarlo in faccia, per non fare differenze. Un unico grande popolo, stretto assieme nella morsa del dolore lancinante.
Con la coda dell’occhio ho osservato Robby. Sorrideva come a Natale. Davanti a un enorme pacco regalo. In attesa di poterlo scartare. Stringeva i pugni, ma non in segno di rabbia. Non vedeva l’ora di spargere segatura ovunque. Di poter borbottare l’odio per i giovani con cognizione di causa. Avere la giustificazione definitiva per odiarci. Per ribadire la sua utilità all’interno del sistema scolastico. L’ha fatto per sottolineare il proprio ruolo, ma che dico, la propria identità. La propria esistenza.
Un uomo bisognoso di conferme è capace di tutto. Io lo stimo, lui sa esattamente come sentirsi sicuro di sé. Robby è il mio eroe. Prima lo trattavo con sufficienza. Ora non più. Ora ha tutto il mio rispetto.
Non so se per Nick è lo stesso. Lo metta sotto torchio così ci togliamo entrambi la curiosità. Ha fatto il furbo durante l’ora di ginnastica, ma secondo me è senza spina dorsale.
PS: Io una controllata al tabellone dei punteggi la darei. O meglio, al ragazzo seduto sulla gradinata che sembrava andarci molto d’accordo. Nome in codice: Tycho.
Magda

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