Incontri ravvicinati dello stanzino-tipo.

Glielo dico subito Prof. della mirabolante e disastrosa serata di Halloween gliene parlerò un’altra volta, adesso c’è un’altra cosa che mi preme raccontare.
Lo so, non si inizia con “Glielo dico subito…”, abbiamo già affrontato questo argomento, la prego, andiamo oltre.

Stavo dicendo, l’altro giorno ho deciso di mettere in ordine la mia scala delle priorità, per cui prima di riflettere ed affrontare le strane cose che mi stanno succedendo, ho deciso di risolvere la cazzata che avevo commesso giorni prima: iscrivendomi al club di scacchi.
Avevo bisogno di un posto isolato, lontano dagli sguardi indiscreti e soprattutto senza rompipalle appollaiati sulla mia spalla. Casa mia era fuori discussione: come una gazzella nella savana, devo sempre tenere un occhio attento a quella stronza di mia sorella. Lei è sempre pronta a piombarmi addosso per prendermi in giro e mandare all’aria tutto quello che provo a fare. Prima o poi gli occhi mi si sposteranno ai lati della testa, per osservare meglio l’ambiente circostante in cerca di predatori, mentre rumino le mie cose da nerd. No, casa mia era l’ultimo posto dove andare, per fare quello che dovevo fare, avevo bisogno della massima concentrazione.

Così mi è venuto un lampo di genio: il locale caldaie! Territorio di nessuno perché evitato accuratamente dagli studenti, il posto ideale per spaccarmi la testa su un gioco di cui ignoro ogni dettaglio. Certo, là sotto c’è anche l’antro del terribile Robby, l’inquietante bidello che intimorisce anche i bulli più duri (quelli del ping pong per intenderci) ma a grande rischio, corrisponde quasi sempre un grande guadagno.
Il problema principale era trovare una scacchiera ma quale posto migliore per recuperarla se non il Club degli scacchi? Dopo un rapido video corso (grazie youtube! Un giorno ti ripagherò seguendo tutti i consigli dei tuoi utenti: da comprare una macchina, allargare il pene o seguire diete improbabili, fino a diventare un terrorista islamico… Jihad!) ho scassinato la serratura e rapito a caso una delle scacchiere presenti.
Così, dopo aver “preso in prestito” e messo sottobraccio la scacchiera, mi sono diretto verso il luogo dell’addestramento che per comodità chiamerò Dagobah.

Dagobah è un posto veramente infame. Non so se c’è mai andato Prof., comunque fa schifo. Caldo e umido, pieno di ragnatele e di robaccia non meglio identificata ammassata vicino alle pareti: un posto strepitoso per appoggiare la mia nuova e fiammante scacchiera. Ah già, non è mia.
Butto a terra la tavolozza con i quadrati bianchi e neri e comincio a disporre i pezzi. Dopo cinque minuti mi accorgo di non sapere come metterli. Se avessi passato meno tempo su youtube ad imparare come scassinare una serratura e di più a vedere video su come giocare (o per lo meno come iniziare) sarei stato un bel pezzo avanti.
Ma io faccio sempre le cose a modo mio: quello sbagliato.

Così rimango a fissare quei pezzi di plastica, più o meno con l’espressione che avrebbe un cavernicolo di fronte ad una testata nucleare. All’apice della mia concentrazione, vengo strappato via da una voce che sembra provenire dall’oltretomba:

“E tu che ci fai qui?”

Stupito alzo lo sguardo e mi ritrovo davanti una tipa vestita di nero con in testa una cuffia da nuoto di gomma, anche quella nera. Le giuro, sembrava una suora.
Ma la cosa strana era che mi sembrava di conoscerla. Ci ho messo un po’ a ricordare, ma poi l’ho inquadrata: era quella pazza di “Lode a Satana!”
Ricasco nei miei pensieri, tempestato da una sequenza di domande: Cazzo ci fa qui? Cosa cerca? Perché deve rompere proprio a me?
Probabilmente ci ho messo più del dovuto, perché la tizia mi ha di nuovo incalzato:

“Che ci fai qui, qui ci sto io, ci sto sempre io, levati dalle palle, ehm… non fartelo ripetere eh!”

Rimango impietrito.
Ma che cavolo, non era anche lei del club degli sfigati? Non apparteneva come me all’ultimo anello della catena alimentare della scuola? Se anche lei faceva la bulla con me, voleva dire che in qualche modo avevo fatto una cazzata ed ero sceso di livello.
Poi mi sono reso conto che stavo di nuovo parlando con me stesso. Non potevo dargliela vinta di nuovo, dovevo dire qualcosa in fretta! Così ho esordito con un efficacissimo:

“C’ero prima io, vattene via tu.”

Dio che frase idiota, cosa speravo di ottenere? Ed infatti ero riuscito solo a farla incazzare di più, così mi ha urlato:

“COOOOOOOOOOOOSA?!”

Così, per ribadire la mia posizione, ho concluso con: “C’ero prima io, va via, questo è il mio posto.”
Ottimo, vedo che imparo dai miei errori.

A quel punto lei fa un passo verso di me, probabilmente per uccidermi. A quel punto mi assale il panico e la fisso terrorizzato e lei si gira di scatto dall’altra parte, guardando il corridoio con aria confusa.
Cavolo, devo essere stato io! Proprio come le altre volte, sì, sono proprio io.
Lei non demorde, si rigira ed indossa la sua maschera da “adesso ti faccio a pezzi”. Provo a ricreare la stessa emozione, è facile, ho davvero paura e… funziona! La matta si volta nuovamente verso il corridoio. Prova a rigirarsi ed esclama un disperato “OH MA CHE E’???!” quando si ritrova a fissare il corridoio. Andiamo avanti così per un altro paio di volte, quasi ci prendo gusto ed accenno un sorrisetto.

E nel pieno del mio delirio di giro-onnipotenza lei mi lancia uno sguardo di fuoco ed io mi ritrovo a terra in ginocchio. Tutta la mia sicurezza, quella che ero riuscito a guadagnarmi e a trattenermi per più di trenta secondi, era sparita. Mi facevano male le ginocchia per la botta violenta che avevo preso. Sentivo ancora le gambe molli, fuori controllo, ed una nausea fastidiosa. Che cavolo era successo tutto di colpo?
Sono sicuro Prof., è stata quella tipa strana a farmi cadere a terra come un sacco di patate devoto a nostro Signore! Non c’era altra spiegazione. Stavo per urlare dietro, anche solo per riprendere il controllo, quando ci siamo voltati entrambi: da dietro l’angolo proveniva uno strano rumore.

Dopo qualche secondo, ha fatto capolino nella stanza Robby, lo strano ed inquietante bidello. Non si è neanche accorto di noi due e ci ha sfilato davanti con la sua andatura lenta e sgraziata, portandosi sulla spalla un enorme sacco nero. Sembrava uno di quei maledetti gnometti di Golden Axe (senza che lo cerca su Internet, è un videogioco).
Per tutto il tempo io e la matta con la cuffia di gomma, siamo rimasti impietriti a seguirlo con lo sguardo, terrorizzati che potesse scoprirci. Quando poi è entrato nello stanzino dei bidelli con il suo bottino (probabilmente segatura), abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Poi, come due samurai, ci siamo fissati in silenzio e dopo esserci fatti un cenno con la testa, ci siamo ritirati camminando all’indietro nelle due direzioni opposte.

La verità Prof.? Questo incontro mi ha sconvolto un pochino, ma ho dato un significato in più alla frase dei film di fantascienza “Non siamo soli”.
Ma un po’ preferivo esserlo.

Nick.

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